(Intervento tratto dall’incontro “Spazi da non perdere. Beni culturali e politiche coraggiose” del 16 ottobre 2015 a Palermo nell’ambito della manifestazione NUOVE PRATICHE CON IL SUD).

È nella poesia di un siciliano, il notaro Giacomo da Lentini, che si trova per la prima volta attestato nella lingua italiana il termine “coraggio”, un provenzalismo atto a definire in senso generale “il sentimento stesso che il cuore contiene, ciò che il cuore desidera e agogna, il suo intendimento[1]”. In seguito, con il trapianto della prima poesia volgare in Toscana, il termine assumerà il significato che conosciamo oggi ovvero, dal Vocabolario Treccani, “Forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio” (e, in senso negativo, sfacciataggine, impudenza). È significativo, a mio parere, che la definizione contenuta nel Vocabolario Treccani non comprenda – se non in modo davvero molto implicito – l’accezione più positiva del termine coraggio, quella ad esempio che si ritrovava nel Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo, il quale definisce il lemma “Disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi”, significato che più probabilmente gli organizzatori avevano in mente quando hanno scelto di dedicare questo momento di discussione al tema “Beni culturali e politiche coraggiose”.

Credo che ciò non sia casuale e che la distanza che si registra tra i due strumenti lessicografici sia grosso modo la stessa che intercorre tra i due periodi storici in cui essi sono stati concepiti: l’ardire risorgimentale pieno di speranza per il futuro della patria nel caso del Tommaseo, e lo sguardo cupo, concentrato sulle sofferenze e rassegnato ai sacrifici, caratteristico dell’Italia del Ventunesimo secolo, delineato dall’Istituto Treccani. La storia della lingua è, dunque, in questo caso, anche chiaramente storia sociale, una storia che non possiamo sottovalutare: per questo, scelgo di aprire questo dibattito sulle politiche coraggiose relative ai beni culturali proprio a partire dalla definizione Treccani, ovvero a partire dall’individuazione dei pericoli connessi oggi ai beni, alle attività e ai servizi culturali, che devono essere affrontati con decisione e forza d’animo dal legislatore e dalla società civile.

Essi, come sappiamo, sono molteplici: dal pericolo – ben concreto e materiale – di degrado, danneggiamento, o addirittura distruzione di siti importanti del patrimonio archeologico, artistico-monumentale o paesaggistico, alla minaccia di perdita di elementi delle tradizioni culturali immateriali e di conseguente indebolimento della coesione sociale che da essi in larga misura dipende; dal rischio della cattiva gestione dei beni culturali, che limita di fatto la fruizione degli stessi da parte di un pubblico ampio, al danno costituito dalla loro mancata o insufficiente valorizzazione, che ostacola gravemente lo sviluppo economico e sociale del Paese, impedendo l’utilizzo virtuoso della sua maggiore risorsa e frenando la conversione della nostra società in chiave post-industriale, con ricadute drammatiche in termini di occupazione, capitale sociale e qualità della vita.

A questo stato di cose, che è bastato richiamare brevemente giacché è ben presente alla consapevolezza di tutti noi, la Fondazione CON IL SUD risponde oggi con fermezza e senza lamentele (senza, ad esempio, concentrare il dibattito sulla scarsità di risorse, o sulla percentuale irrisoria di prodotto interno lordo destinato alla cultura in Italia); al contrario, la Fondazione CON IL SUD replica con una parola d’ordine, che è al tempo stesso una sfida e una pretesa: FATE SPAZIO!

FATE SPAZIO, intende dire la Fondazione, all’ingresso di soggetti nuovi – nati dall’incontro pubblico-privato o provenienti dalle fila della società civile – nel mondo della gestione e della valorizzazione dei beni culturali; FATE SPAZIO, entro le maglie della legislazione sulla separazione e/o la concorrenza di Stato e Regioni, per una reale attuazione del principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione della Repubblica; FATE SPAZIO, ancora, all’iniziativa privata nel campo dei beni culturali, magari – e in questo senso la seconda persona plurale cui si rivolge l’esclamazione è chiaramente il mondo della politica – attraverso forme di incentivazione fiscale come quella, introdotta per la prima volta dal Ministro Franceschini, cosiddetta dell’Art bonus, meritorio ma non ancora sufficiente; FATE SPAZIO, infine, a nuove professionalità creative, la cui offerta professionale deve essere messa in grado di incontrare la domanda, ad esempio attraverso il sostegno (non solo economico ma anche e soprattutto di capacity building e creazione di opportunità) alle start-up di settore.

È oramai un’acquisizione della cultura scientifica fin dai primi del Novecento, e in particolare dalla formulazione della teoria della relatività da parte di Albert Einstein, come il concetto di spazio sia inscindibile – nella struttura quadridimensionale dell’universo – da quello di tempo. La dimensione della temporalità, dunque, deve trovare posto accanto alla nostra giusta richiesta di spazio.

Mi spiego meglio, aiutandomi con le parole del bel saggio di Di Maio e De Simone dedicato ad Alcune riflessioni economiche sulla fruizione dei beni culturali: “Oggi emerge un dilemma nuovo consistente nel conflitto generato dall’impiego del tempo. […] il povero ha scarsità di denaro e abbondanza di tempo, mentre il ricco ha abbondanza di denaro e scarsità di tempo. La nuova situazione di distribuzione tra tempo e denaro si combina con l’accresciuta produzione di beni, derivandone che la quantità di beni da consumare nell’unità di tempo è sempre maggiore. Ne discende una scarsità del tempo non solo dal lato della produzione, bensì anche dal lato del consumo. […] Ciò conduce alla necessità di incremento continuo del “tasso di consumatività”, possibile solo con la creazione (invenzione) di nuovi beni e servizi che consentono un risparmio di tempo nel processo di consumo. Si pensi al fast food, all’e-commerce, ai monumenti delle città d’arte visti dal torpedone in corsa, ecc. Il consumo ideale è quindi quello che avviene istantaneamente, nel senso che i beni dovrebbero generare soddisfazione senza presupporre l’apprendimento di particolari abilità […] e la soddisfazione deve cessare in fretta per far posto ad altri desideri appagabili da altri beni di consumo […]. Il paradosso che ne deriva è che oggi gli individui sembrano essere più consapevoli di un tempo della necessità di fare turismo culturale o di dedicarsi i più ad attività ricreative, ma possiedono meno tempo per poterlo fare. Ne discende il senso di frustrazione di una vita assorbita dal tempo di lavoro e dal tempo di consumo, al contrario di un tempo quando quest’ultimo era considerato unicamente rivolto alla soddisfazione dei bisogni. Il consumo è diventato, secondo gli autori citati, una sorta di “fattore di produzione” perché i beni hanno “necessità” di essere consumati. L’organizzazione attuale della società tende pervicacemente a ridurre il tempo libero (definiamo così quello delle libere scelte) perché considera il consumo l’attività economica per eccellenza. L’effetto più vistoso riguarda la riduzione del tempo dell’esperienza, nel senso della riduzione delle occasioni per fare esperienza di consumo. Ma come abbiamo già riferito, questo effetto è addirittura stravolgente quando si verifica nella fruizione dei beni e delle attività culturali poiché tende ad eliminare le proprietà particolari descritte da Mill (la necessità dell’acculturazione, propedeutica alla fruizione) e da Stigler e Becker (l’effetto dipendenza). Si vive nel “tempo della fretta”, che significa vivere protesi verso il futuro, incapaci di godere il presente e per quanto concerne i beni e le attività culturali illudersi di “consumarli”, essendo la “lentezza” (proprio quella descritta da Kundera come virtù) elemento necessario dei beni “relazionali””.

 Stando all’analisi contenuta nell’articolo citato sopra, dunque, per “fare spazio”, sarà necessario contemporaneamente risolvere il conflitto generato dall’impiego del tempo nella società dei consumi in riferimento alla fruizione e produzione (in campo culturale fruizione e produzione sono inestricabilmente connesse) dei beni, delle attività e dei servizi culturali, attraverso alcune azioni chiave:

da una parte, la creazione di opportunità di fruizione del patrimonio culturale da parte di chi abbia abbondanza di tempo e scarsità di risorse economiche. Si tratta, ad esempio, dell’annosa questione della gratuità dell’accesso ai musei, che da anni domina il dibattito tra gli addetti ai lavori e su cui mi sono espresso pubblicamente più volte. In Italia i proventi che derivano dal pagamento dei biglietti coprono oggi all’incirca il 10-15% del costo medio di ogni visitatore, a fronte di un 85-90% sostenuto dallo Stato e, talvolta, da sponsor e mecenati privati. In nome di questo 10-15% per cento si rinuncia all’equità e all’universalità dell’accesso di ogni individuo interessato, indipendentemente dalle sue possibilità economiche o dalla sua capacità di attribuire il “giusto valore” all’esperienza museale. Ma non solo. Facendo pagare un biglietto di ingresso, si limita fortemente il ruolo del museo all’interno della società, la sua permeabilità, la possibilità che esso si proponga come luogo di incontro, di scambio, di costruzione e produzione di cultura (e non a caso, i musei americani e anglosassoni, sono da anni gratuiti e basati sulla formula del contributo volontario, secondo un sistema che si è rivelato vincente da entrambi i punti di vista: da quello economico, perché il contributo volontario non risulta quasi mai inferiore al 10% garantito dalla vendita dei biglietti e perché l’utente è più invogliato a spendere nei servizi aggiuntivi come la caffetteria o il museum shop, da quello culturale, perché il museo è finalmente restituito alla città e ai cittadini, che possono sfruttarlo in pieno e “arricchirlo” della loro presenza e, a volte, iniziativa). In questa direzione è pensata anche la virtuosa scelta del governo di attribuire agli insegnanti (il cui orario di lavoro e la cui vocazione li rendono fruitori “ideali” del patrimonio culturale e delle industrie creative) un bonus annuale di 500,00 euro da spendere per forme di aggiornamento culturale.

dall’altra parte, poi, si rende necessaria la creazione di tempo per la fruizione del patrimonio culturale da parte della classe media e medio-alta, introducendo riforme più o meno drastiche per il miglioramento della qualità della vita: dalla riduzione dell’orario di lavoro (le nostre 40 ore settimanali sono oltre il 25% in più del tempo di lavoro in Olanda – 29 ore settimanali – o in Danimarca – 33 ore – le quali del resto, secondo le più recenti stime OCSE, surclassano l’Italia in termini di partecipazione dei cittadini alle attività culturali e (ri)creative), alla possibilità di usufruire di permessi retribuiti non solo per attività di formazione codificate ma anche per attività culturali in senso ampio, dalla definizione di rapporti di lavoro basati sul conseguimento e la valutazione dei risultati anziché del tempo trascorso in ufficio, alla contemporanea introduzione di modalità di lavoro a distanza (il cosiddetto “smart working”, già ampiamente applicato nel resto del mondo) e, infine, a una più generale attenzione alla qualità della vita (trasporti, servizi, welfare), tale da liberare tempo di famiglie e lavoratori.

In altri termini, politiche davvero innovative nell’ambito della valorizzazione dei beni culturali dovranno sì “fare spazio” – come recita il titolo dell’incontro di oggi – ma anche “liberare tempo” e “creare opportunità”; non potranno limitarsi a puntare sull’aumento del turismo cosiddetto culturale (destinato comunque a subire l’impatto negativo della differenziazione delle mete turistiche mondiali), ma dovranno curare in primo luogo l’espansione della partecipazione dei cittadini italiani alla vita culturale del Paese, con un impatto rilevante anche sulla competitività del suo capitale umano e sulla forza del suo capitale sociale.

Politiche di tal genere potrebbero davvero fregiarsi dell’aggettivo “coraggiose”, nel senso descritto agli albori della nostra Unità nazionale da Nicolò Tommaseo, il quale chiudeva la voce “coraggio” del suo Dizionario con la definizione di “coraggio civile” e scriveva come esso si compia: nell’affrontare l’ira o il dispetto de’ pochi o de’ molti che sono o pajono potenti; affrontarlo per amore della patria e del giusto”.



[1] Definizione tratta da TLIO – Tesoro della lingua italiana delle origini, a cura di CNR – Opera del Vocabolario Italiano.