In Italia sono oltre 23.500 gli immobili confiscati alle mafie, ma non si conoscono quanti sono utilizzati (si stima poche centinaia) nonostante i 21 mln di euro destinati per sistemi informativi per lo scambio di dati e informazioni sui beni

Oltre 3.500 le imprese confiscate, ma pochissime hanno ripreso l’attività

Fondo Unico di Giustizia (FUG) da 3,5 miliardi di euro, ma con forti criticità

Da questo scenario nasce una proposta, supportata da due studi, per superare le attuali problematicità che prevede, tra l’altro, la costituzione di un unico Ente per la gestione dell’intero sistema

La proposta è nata da un gruppo di lavoro coordinato dalla Fondazione CON IL SUD e costituito da Forum del Terzo Settore, Fondazione Cariplo, Fondazione Cariparo, Fondazione Sicilia, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

Superare i limiti degli strumenti operativi e della normativa che attualmente regola la gestione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. E’ il punto di partenza della proposta di profonda revisione della materia, presentata questa mattina a Roma, presso la sede dell’Acri.
Lo studio è frutto della riflessione di un gruppo di lavoro coordinato dalla Fondazione CON IL SUD e costituito dal Forum del Terzo Settore, dalla Fondazione Cariplo, dalla Fondazione Cariparo, dalla Fondazione Sicilia, dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna (che ha coordinato il gruppo di lavoro giuridico) e che si è avvalso della collaborazione di Nomisma.
L’esigenza di sviluppare un’approfondita riflessione sul tema è scaturita dall’esperienza maturata da alcune Fondazioni che negli ultimi anni hanno sostenuto progetti di valorizzazione e gestione di beni confiscati alle mafie e in particolare dalla Fondazione CON IL SUD che ha sostenuto 39 progetti su 50 beni confiscati (39 fabbricati e 11 terreni) nelle regioni meridionali e, attraverso due bandi dedicati alla loro valorizzazione, ha erogato oltre 6,7 milioni di euro (la terza edizione del bando sarà pubblicata quest’anno).
Le indicazioni dello studio individuano i punti decisivi di una possibile e auspicata revisione della materia, ma non si spingono fino alla definizione puntuale dei contenuti di un eventuale nuovo assetto normativo, nè fanno diretto riferimento alla discussione attualmente in atto in sede parlamentare.

All’incontro di questa mattina hanno partecipato Giuseppe Guzzetti, Presidente Fondazione Cariplo che ha introdotto l’iniziativa; Carlo Borgomeo, Presidente Fondazione CON IL SUD che ha illustrato il documento e Pietro Barbieri, Portavoce Forum del Terzo Settore che ha concluso l’incontro. Presenti anche Giovanni Puglisi, Presidente Emerito Fondazione Sicilia; Marco Giampieretti, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo; Marco Cammelli, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna – Coordinatore gruppo di lavoro giuridico; Giulio Santagata, Consigliere delegato Nomisma.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Lo studio parte dall’analisi dello stato dell’arte, evidenziandone le criticità. In Italia i beni immobili confiscati sono 23.576 (dati ANBSC, febbraio 2016), concentrati soprattutto in 6 regioni (Sicilia 43,51%, Campania 12,76%, Calabria 12,00%, Puglia 9,46%, Lazio 7,02%, Lombardia 6,88%). Non sono disponibili, però, dati certi sul numero di beni utilizzati, nonostante i 21 milioni di euro destinati nel precedente ciclo della programmazione dei Fondi strutturali alla loro mappatura con i progetti REGIO (un sistema informatico del valore di 7 milioni di euro) e SIT-MP (un sistema informatico telematico del valore di circa 14 milioni di euro) nati proprio allo scopo di garantire un continuo scambio di dati e informazioni sui sequestri, sulle confische e sulla gestione dei beni confiscati. Una recente ricerca di Libera ha censito 525 soggetti, del terzo settore, che hanno valorizzato beni confiscati. Non va meglio sul fronte delle aziende confiscate: l’ANBSC ne segnala 3.585 ma, secondo gli ultimi dati disponibili, sono meno di 10 quelle date in gestione a cooperative di dipendenti, mentre 1.893 sono in carico all’Agenzia che non ha ancora deciso la destinazione.
Non esistono invece dati sui beni mobili, registrati e non.
L’attuale normativa prevede che le somme di denaro (comprese le attività finanziarie a contenuto monetario o patrimoniale) affluiscano al Fondo unico di giustizia (FUG), istituito dal DL 143/08 convertito dalla legge 181/08. Anche in questo caso non mancano le difficoltà, a partire dall’acquisizione di dati certi sullo stock e sui flussi di risorse che affluiscono nel fondo quantificati comunque in circa 3,5 miliardi di euro.
Le criticità sono evidenziate anche da una relazione della Corte dei Conti del 10-07-2014, che sottolinea come “l’analisi istruttoria […] ha evidenziato la presenza di risorse ancora in sequestro, alcune risalenti addirittura a 30-35 anni addietro, per le quali non risultano intervenuti (o comunicati) successivi provvedimenti definitivi di confisca, restituzione o devoluzione allo Stato. Ulteriore sintomo di criticità è rappresentato dal numero non indifferente di uffici giudiziari […] che non hanno mai effettuato comunicazioni di provvedimenti di pertinenza del FUG. Inoltre […] è emerso il fenomeno, di cui non si conoscono ancora le reali dimensioni, della mancata volturazione al Fondo di molte delle liquidità oggetto di sequestro e, poi, di confisca e della diffusa abitudine degli amministratori giudiziari a non soddisfare gli obblighi di rendicontazione”.
Il FUG non è alimentato solo dalle risorse economiche o finanziarie confiscate alla mafia e, comunque, non tutte queste affluiscono nel fondo. La loro destinazione è molteplice e non sempre sembra rispondere a logiche e interventi normativi lineari.

IL GIUDIZIO
La legge Rognoni – La Torre e la successiva legge 109 del 96, per il riutilizzo sociale dei beni confiscati, hanno rappresentato e rappresentano ancora un momento straordinariamente importante nella storia della nostra Repubblica. A vent’anni dalla sua approvazione, tuttavia, il sistema di governo e di amministrazione della materia mostra una crescente inefficacia. Il sistema attuale, che fa della legislazione italiana in materia la più avanzata al mondo, non riesce a “reggere” adeguatamente, sia per la dimensione del fenomeno (beni immobili, aziende, beni mobili, risorse finanziarie) sia perché, a consuntivo, i tentativi di “manutenzione” legislativa, amministrativa ed organizzativa hanno sortito effetti deludenti.
Non è sufficiente impegnarsi nella difesa dell’attuale sistema, occorre invece un’operazione culturale, civile e politica che rilanci in avanti il tema in una nuova e migliore integrazione tra legalità, coesione sociale e sviluppo. Occorre un forte recupero in termini di coordinamento delle competenze e delle attività, di trasparenza, di pubblicità delle informazioni. La destinazione delle risorse è distribuita su troppi canali e manca una strategia complessiva sul loro utilizzo. I costi di gestione, inoltre, non sono particolarmente contenuti.

LA PROPOSTA
Partendo da queste considerazioni, la proposta evidenzia la necessità di un uso sociale e di una gestione economicamente più efficiente dei beni, più pubblica e partecipata, improntata alla massima trasparenza e che preveda un utilizzo delle risorse esclusivamente destinato alla valorizzazione e gestione delle aziende e dei beni immobili confiscati.
A capo dell’intera filiera si prevede un “Ente” pubblico economico, che subentri all’ANBSC ma con più vaste competenze e responsabilità, con sede a Roma e personale con contratto di diritto privato, gestito da un Consiglio di Amministrazione di nomina pubblica composto da manager con esperienze industriali, immobiliari e finanziarie, da un rappresentante dell’ANCI e delle Associazioni più impegnate nella lotta alle mafie. Oltre al Collegio sindacale, è previsto un comitato strategico composto da rilevanti personalità delle istituzioni, del mondo dell’impresa e della finanza, della magistratura, del mondo scientifico e del terzo settore.
L’Ente si dovrebbe occupare di gestire lo stock di risorse derivanti dalle confische e dai sequestri, che attualmente fanno parte del FUG. Di queste, 10 milioni di euro ne costituirebbero il patrimonio.
Secondo le indicazioni fornite da Nomisma, l’Ente potrà raggiungere un pieno equilibrio economico finanziario e predisporrà semestralmente una dettagliata relazione al Parlamento sulle attività svolte e i risultati conseguiti.
Si prevede, presso l’unità di gestione dei beni, la costituzione del Fondo Beni Confiscati, alimentato dalle risorse economiche e finanziarie relative a provvedimenti di sequestro e di confisca alle mafie attualmente trasferite al FUG, dalla eventuale vendita di beni immobili e di imprese confiscate e da proventi finanziari derivanti da investimenti del patrimonio, comunque gestito con criteri di prudenza.
Le risorse del Fondo potrebbero essere impiegate per diverse attività: valutazione, monitoraggio e promozione; compensi a temporary manager da impiegare nella gestione di imprese sequestrate e confiscate; investimenti su beni immobili (valorizzazione e gestione autosostenibili o spese di demolizione) e per imprese confiscate (ristrutturazione, riconversione, qualificazione tecnologica);  a garanzia di queste ultime nei confronti degli istituti di credito; per il sostegno ai familiari di vittime della mafia, al reddito e per il ri-orientamento al lavoro dei dipendenti delle imprese sequestrate; per dar vita ad un meccanismo assicurativo per danni da ritorsioni; per la restituzione delle somme sequestrate o del corrispettivo economico dei beni, sottraendo questo onere ai Comuni assegnatari; per i rimborsi a terzi, soprattutto fornitori delle imprese sequestrate.
La proposta individua anche priorità e diverse soluzioni per la valorizzazione e utilizzazione delle differenti tipologie di beni confiscati.
Per gli immobili, viene proposto: il comodato d’uso gratuito ad organizzazioni del Terzo settore per finalità sociali o attività imprenditoriali non profit con meccanismi di evidenza pubblica; la concessione non onerosa ai Comuni per attività di rilevanza sociale; l’utilizzazione per scopi istituzionali (scuole, caserme, Enti pubblici locali) mediante avviso pubblico; la vendita del bene con procedure di evidenza pubblica aperta a tutti i soggetti, a determinate condizioni e con la cautela necessaria per evitare il rischio di “riacquisto” da parte di organizzazioni mafiose o di soggetti collegati e una volta verificata la non praticabilità delle ipotesi precedenti (ad esempio per appartamenti di grande valore nei centri urbani); la demolizione del bene e la restituzione dell’area a titolo gratuito all’Ente locale.
Per le imprese, la proposta prevede: l’affitto a condizioni agevolate ai lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata riuniti in cooperativa, in sinergia con la CFI (legge Marcora); l’affitto a titolo oneroso a soggetti pubblici e privati mediante meccanismi di evidenza pubblica; la vendita; la liquidazione e utilizzazione dell’immobile secondo le priorità indicate per i beni immobili.
Infine, per i beni mobili, si propone: la donazione ad organizzazioni del Terzo settore, alle Forze di Polizia o ad Enti pubblici per finalità sociali o ai destinatari di beni confiscati per lo svolgimento di attività connesse al progetto implementato; la vendita all’incanto.
Il testo completo della proposta è disponibile in allegato insieme allo studio realizzato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna - che sulla base dell’analisi delle criticità dell’attuale quadro normativo avanza delle proposte di modifica -  e a quello di Nomisma, che descrive caratteristiche e procedure del nuovo Ente cui affidare la gestione complessiva della materia e che dà un giudizio sulla autosostenibilità economico-finanziaria dello stesso.

“La gestione dei beni e dei patrimoni confiscati non è solo un potente strumento di contrasto alle mafie, simbolo di liberazione di intere comunità e segnale di speranza e giustizia – commenta Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD – Può essere molto di più, la posta in gioco è ancora più alta: se il sistema funziona veramente può essere una importante leva di sviluppo economico e un micidiale ed efficace strumento di scardinamento della cultura mafiosa, che si nutre dei fallimenti dello Stato e sul territorio – chiosa Borgomeo – il risultato concreto si deve vedere”

“I beni confiscati alla malavita sono già stati al centro di progetti realizzati dalle fondazioni di origine bancaria, tra cui Cariplo – afferma Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo – Sono progetti che hanno un doppio valore, intrinsecamente più alto, perché vanno a ‘conquistare’ luoghi in precedenza usati per attività illecite. Insieme alle organizzazioni non profit possiamo fare molto di più, con una normativa che consenta procedure più semplici: siamo comunque consapevoli del rigore e del controllo che deve essere garantito su questioni di questo genere. Abbiamo tanti casi virtuosi da cui poter trarre esperienza su come siano stati gestiti i doverosi passaggi – conclude Guzzetti – impariamo da quelli”.

“Occorre andare oltre la pur felice stagione della presa di coscienza della necessità e della concreta possibilità di ‘espropriare’ la criminalità organizzata di stampo mafioso, delle ricchezze illecite acquisite con l’attività criminosa. È giunto infatti il momento –dichiara Giovanni Puglisi, presidente emerito della Fondazione Sicilia – di rendere effettivamente reddiitive e utili alla collettività di oggi e di domani, specie a beneficio delle giovani generazioni, queste ricchezze oltre ogni visione burocratica e routiniere della loro gestione ragionieristica. La mafia – conclude Puglisi – si combatte anche e soprattutto con l’esemplarità dei comportamenti, più incisiva di qualunque altra forma di lotta nella formazione delle coscienze civili dei giovani.”

“Un Bene confiscato è un bene, come i beni comuni, che i cittadini attivi non vogliono vedere deperire – sottolinea Pietro Barbieri, portavoce del Forum Terzo Settore – ma soprattutto un bene confiscato alla proprietà di famiglie mafiose è un simbolo in qualsiasi territorio: un simbolo del sopruso e della violenza che si trasforma in presidio della comunità, a disposizione e aperto ad una nuova dimensione sociale. Ancor di più, quindi, il mancato utilizzo del bene è un arretramento sul tema del contrasto sociale alle mafie. Il progetto di Fondazione CON IL SUD – aggiunge Barbieri – traccia una traiettoria innovativa mettendo assieme beni immobili, aziende, denaro e valori in un’unica istituzione in grado di muoversi più agevolmente sia nella fase di transizione della proprietà, che in quella di assegnazione ad un soggetto di terzo settore.”

“La parte giuridica della proposta – specifica Marco Cammelli della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, coordinatore gruppo di lavoro giuridico –  sviluppa sul piano normativo quanto emerso dall’analisi dell’esperienza e dalle proposte di Nomisma, vale a dire: cornice regolativa per una gestione immediata e più flessibile, concentrazione delle funzioni in un soggetto che sia insieme garante (parte pubblicistica) e attrezzato (parte economica) per una attività efficiente, supporto agli enti locali per le responsabilità che si assumono sui beni sequestrati, adeguata attenzione alla salvaguardia dei diritti dei terzi nel corso del procedimento”.

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