Il fatto che oggi nel nostro Paese le persone che vivono la situazione drammatica del disagio mentale possano farlo in una dimensione di prospettiva possibile ha origini nel periodo di Franco Basaglia. I luoghi del disagio mentale di cui parlava Franco erano luoghi senza fine, dove non c’era il tempo. E se si prova a pensare, anche solo per un attimo, a una vita dove il tempo non c’è, si capisce bene la drammaticità non solo dei luoghi ma più in generale della malattia mentale. Se oggi, invece, molti giovani possono pensare a un futuro, se possono pensare di farcela, è proprio grazie a quel periodo del quale voglio ricordare tre storie, tre concetti chiave.

A metà novembre del 1961, Basaglia entra giovanissimo nell’ospedale psichiatrico di Gorizia come direttore. Il secondo giorno incontra i medici, molto diffidenti e preoccupati per il nuovo arrivato, e parla con il capo ispettore Pecorari. Come di consueto, Pecorari gli mostra il registro delle contenzioni, che il direttore dovrebbe firmare per validare ciò che è stato fatto. Dieci persone erano state “contenute” quel giorno. L’ispettore porge il libro a Basaglia insieme a una penna estratta dal taschino, ma Basaglia lo prende, lo guarda e lo riguarda, finché lo chiude, restituisce la penna e dice: “E mì non firmo, eh”. In questa storia c’è il primo concetto che voglio sottolineare, ovvero la necessità di prendere posizione, di fare una scelta.

La seconda storia l’ho scoperta dopo, ma continua a emozionarmi tutte le volte che la ricordo. È la storia di Pirkko Peltonen, una giovane giornalista finlandese che si trova a Gorizia nello stesso periodo di Franco Basaglia e decide di realizzare un documentario all’interno dell’ospedale. L’assemblea generale discuterà se accordarle il permesso di riprendere o meno e con ventisette voti favorevoli e dodici contrari deciderà di sì. È un momento straordinario, dal quale nasce un’altra scommessa oltre a quella di prendere posizione: riconoscere che non solo esiste l’altro, come nella dimensione fenomenologica, culturale, ma esiste l’altro come soggetto, come cittadino, come persona.

Queste tre dimensioni oggi devono risuonare continuamente, perché sono le più bistrattate quando si parla di salute mentale e delle cose terribili che continuano ad accadere nel nostro Paese. Fatti che abbiamo la fortuna di poter vedere, così come Basaglia, entrando a Gorizia, aveva la fortuna e la possibilità di vedere ciò che non vedevano gli altri, perché aveva studiato. Davanti a sé, Basaglia vedeva l’assenza, in una “città” dove c’erano più di cinquecento persone. “Cosa faccio? – si chiedeva -Bene, intanto non parlo più di malattia.” Questo non vuol dire, come molti pensano, che per Basaglia non c’era la malattia. Per lui la malattia c’era, solo che capisce che non può coprire e totalizzare l’esistenza, la storia, la narrazione che le persone hanno.

Nel momento in cui accade tutto questo, diventa impossibile resistere in quel luogo se non muovendosi, agendo ed entrando nella pratica. L’inferno d’altronde è davanti a noi e possiamo sopportarlo, perché se ci conformiamo ad esso non lo vediamo più. Oppure, possiamo scegliere una seconda strada: vedere ogni giorno l’inferno. Basaglia sceglie quest’ultima via introducendo un altro concetto che è quello della “porta aperta”. La porta aperta è un’azione scientifica, etica, assolutamente straordinaria. Aprire una porta significa riconoscere finalmente l’altro nella sua realtà, non nella verità della psichiatria.

In questo si intravede il “cittadino” e comincia la dimensione politica del lavoro di Basaglia ovvero la lotta per la Legge 180, lotta che continua ancora oggi. Non è più possibile vedere le persone legate, spogliate, rapate, le persone che si sbrodolano, nude. E qui comincia l’altra dimensione, che è quella dell’etica, sconosciuta alla psichiatria fino a quel momento, dunque la dignità delle persone, la persona stessa. La dimensione etica di questo lavoro è l’unica possibilità che abbiamo per affrontare quotidianamente l’inferno che ancora oggi accade.

Un’ultima dimensione veramente formidabile è quella dell’individuo, del soggetto, della singolarità. Una volta che abbiamo dato i nomi alle persone, queste non si possono più fermare: hanno un nome e una storia, una narrazione. Ciò porta alla dimensione terapeutica e a quella discussione sul “chiusi i manicomi, adesso il problema è un altro”. Il problema, infatti, è curare la psicoterapia.

La dimensione soggettiva, quindi, racchiude tre parole: la dimensione politica ovvero i cittadini; la dimensione etica ovvero le persone; la dimensione terapeutica ovvero i soggetti. Queste sono state riprese integralmente dalla carta di Helsinki e da altre carte che affermano: “È su questo che noi possiamo muovere, e possiamo andare avanti. È su questo che comincia il futuro.

A Trieste, Basaglia accelera e io sono tra i fortunati reclutati in giro per l’Italia, tra quelli che accettano pur senza sapere nulla e quando si trovano in reparto, riluttanti, esterrefatti, preoccupati, trovano la rassicurazione di Franco: “Non vi preoccupate, non potete fare più danni di quelli che sono stati già fatti.”

Come avviene questa velocizzazione? Nel ’71 arriva Basaglia e nel ’72 nasce la prima cooperativa. Questo significa cominciare finalmente a rispondere in maniera reale a quelli che sono i bisogni, cioè lavorare; è il momento in cui sessanta internati firmano il contratto di lavoro. Ho avuto la fortuna di assistere a questo momento, che è stato una “guarigione” collettiva: sessanta persone sono guarite in un solo giorno, firmando un contratto di lavoro. Nel ’73, si afferma un’altra dimensione formidabile, che è quella dei bisogni radicali, la libertà e l’amore: innamorarsi, viaggiare, andare, volare, pensare altro.

(Tratto dall’intervento tenuto il 22 ottobre 2016 a Venezia all’incontro “Un futuro mai visto – Franco Basaglia, L’utopia della realtà”)