Cambio di ottica. Rafforzare i servizi sociali per fronteggiare l’accumulo di denaro in modo illegale

La crisi economica che si trascina dall’estate del 2007 ha modificato in parte la percezione che abbiamo del welfare state (e delle sue declinazioni locali), così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. La crisi, tuttavia, come ci dicono alcuni economisti di levatura internazionale, è una crisi di sistema, cioè di quel sistema che fa della crescita delle disuguaglianze sociali uno dei suoi assi maggiormente significativi[1]. Questa ultima logica determina altresì una distorsione valutativa della funzione del welfare state, poiché lo rappresenta come un costo economico-sociale, un mero esborso di risorse destinate ad essere improduttive. In tale logica, nel nostro paese, si muove sovente anche la c.d. spending review, cioè il processo di razionalizzazione della spesa pubblica.

Ciò avviene allorquando produce tagli e riduzioni di risorse economiche anche nel delicato settore dei servizi sociali, in particolare in quelli che fronteggiano dell’utenza svantaggiata, senza una trasparente ed appropriata analisi particolareggiata del settore. I servizi sociali, a nostro avviso, non sono da considerarsi meri centri di costo, ma centri di investimento sociale: producono infatti coesione nelle famiglie, nelle comunità locali e in quelle più allargate, nonché riducono di molto i comportamenti devianti anche tra quelli più pericolosi. Sono organismi strutturali della sicurezza sociale. Queste caratteristiche producono  effetti positivi non solo nella dimensione curativa/riparativa delle diverse forme di esclusione sociale, ma anche in quella  preventiva. In questo ultimo caso, spesso non considerato nella giusta misura, può anticipare l’insorgenza di eventi/situazioni sociali anche piuttosto gravi.

Ad esempio: prevenire l’accumulo di risorse illegali da parte di organizzazioni criminali e pertanto limitare il volume dei potenziali danni che queste stesse organizzazioni produrrebbero inevitabilmente sul corpo complessivo della società. In altre parole, l’impiego di risorse pubbliche per la protezione delle componenti di popolazione svantaggiata produce benefici sociali ed economici di gran lunga maggiori dell’entità delle risorse investite. Un semplice calcolo – estendibile ad altri gruppi sociali particolarmente disagiati – può facilitare la comprensione del ragionamento. In Italia (nelle sue diverse macro-ripartizioni) da molti anni si rileva un fenomeno particolarmente cruento, quello del traffico di esseri umani a scopo di grave sfruttamento sessuale e lavorativo, nonché nell’accattonaggio forzoso per conto di terze persone.

Il Dipartimento delle Pari opportunità-Presidenza del Consiglio ogni anno co-finanzia – insieme agli enti locali e alle regioni – interventi di varia natura per l’assistenza delle circa 3.000 vittime di origine straniera che vengono prese in carico dai servizi territoriali (un centinaio tra pubblici e del privato sociale) spendendo complessivamente circa 10 milioni di euro. E’ tanto, è poco? Vediamo. Tra queste utenze quelle che sono sfruttate sessualmente in maniera coercitiva sono l’80% circa, mentre il restante 20% sono in gran parte persone sfruttate sul lavoro e in misura minore sull’accattonaggio. Sappiamo inoltre che una donna costretta a prostituirsi arriva a guadagnare mediamente circa 8.000 euro al mese, e pertanto  le 2.400 donne coinvolte  arrivano complessivamente a circa 19.200.000. E lungo l’arco dei 12 mesi fino a 230.400.000 euro.

Ancora. Le ricerche più attendibili sull’argomento stimano in Italia tra le 25.000-30.000 unità il numero complessivo delle donne sfruttate sessualmente a livello nazionale. Moltiplicando queste cifre ciascuna per 8.000 abbiamo: 200 milioni e 240 milioni di euro. Queste cifre vanno a loro volta moltiplicate per 12, cioè quanti sono i mesi dell’anno, quindi: 2 miliardi e 400 milioni da una parte e 2 miliardi e 880 milioni dall’altra, pari ad un ammontare medio di 2 miliardi e 640 milioni di euro. In sintesi le nostre istituzioni nazionali, intermedie e locali co-finanziano i servizi di protezione sociale delle circa 3.000 vittime con  un ammontare che si aggira sui 10 milioni di euro, prevenendo, al contempo, un accumulo potenziale da parte delle organizzazioni di trafficanti/sfruttatori di denaro al nero di circa 2 miliardi e 640 milioni di euro. Una somma cioè di 264 volte quella immessa nei circuiti socio-assistenziali dalle istituzioni[2].

Senza contare che questa massa di denaro che le organizzazioni criminali acquisiscono dallo sfruttamento della prostituzione viene in buona parte re-investita nell’acquisto di droghe pesanti e pertanto alla fine  i loro guadagni andrebbero ancora moltiplicati per 15-20 volte. E ancora di più allorquando gli investimenti delle organizzazioni criminali vengono diretti nel campo dello smaltimento illegale dei rifiuti, giacchè i guadagni  sono ancora più produttivi di quelli appena considerati.



[1] Cfr. Joseph E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino, 2013, in particolare capitolo VIII, pp. 347-353.

[2] Lo stesso calcolo si può fare per le diverse  macro –aree geografiche, considerando che al Nord l’ammontare delle vittime per grave sfruttamento sessuale stimate è di 13/15.000, al Centro di 7.600/8.300 e al Sud/isole di 4.100/5.000 unità. I dati sono elaborati dall’Associazione Parsec nel 2012.